COSTRUIAMO IL FUTURO

Se non per tutti per chi?

Viaggio nella generazione precaria: direzione diritti, istruzione, lavoro.

43% di disoccupazione giovanile, 12,6% di disoccupazione complessiva, 18% di abbandono scolastico, più di 2.000.000 di NEET, la più bassa percentuale di giovani laureati in Europa.
Numeri, percentuali e statistiche, buone per editoriali e schede dei talk show, che restituiscono freddamente e solo in modo parziale, l’immagine di un Paese bloccato in una stagnazione sociale, prima che economica, in cui le nostre generazioni, perennemente “giovani”, sono impantanate in un presente di precarietà permanente e stanno perdendo l’ambizione stessa del futuro.
Una precarietà, la nostra, che è la cifra principale di una disuguaglianza diffusa e non più riconducibile a fratture tradizionali, come quella di classe o tra lavoro professionale e manuale, ma che si articola in nuove dinamiche di esclusione e impoverimento, che il sistema di welfare pubblico, indebolito e ormai in parte inadeguato, non riesce a contrastare.
Trasversale a tutto il mondo del lavoro e dell’istruzione, questa condizione ci riguarda tutti e tutte, dai giovani professionisti, avvocati, medici, architetti, ingegneri, agli studenti che lavorano per pagarsi gli studi, fanno percorsi di alternanza o esperienze di stage e tirocini. E’ la condizione dell’apprendista neodiplomato di un impresa, del praticante di uno studio legale, del free lance che a stento tiene aperta una partita IVA, dell’archeologo che arrotonda lavorando nei cantieri, del ricercatore con assegno di ricerca o con un contratto senza sbocchi.
Ma è ormai una precarietà anche delle relazioni, alimentata da forti spinte individualistiche che permeano la società e attraversano la comunicazione e la cultura, il sistema economico, e quello politico. La catena solidale che aveva costruito, anche attraverso le molteplici reti del volontariato sociale, un’ architettura fondata su pratiche di mutualismo e comunità attive nell’ascolto e aiuto reciproco, con il protrarsi della crisi ha dovuto assistere al diffondersi di un egoismo radicale e nutrito di solitudini, trovandosi a combattere isolata, e spesso priva di strumenti efficaci, una nuova battaglia.
Questo a partire dall’istruzione, dove la dimensione sociale della crescita e dell’apprendimento viene progressivamente immolata sull’altare di una decantata meritocrazia, che genera solo esclusione e competizione. Eppure le nostre scuole ed università restano spazi di condivisione e resistenza delle nostre speranze e desideri, perché combattono geneticamente le diseguaglianze cercando di essere motore di cambiamento e mobilità sociale.
Siamo la generazione che assiste in diretta televisiva alla chiusura dell’orchestra sinfonica nazionale di Atene, al licenziamento degli artisti dell’Opera di Roma, ai crolli di Pompei, ai continui disastri ambientali e al dissesto dei nostri territori. La dottrina del rigore colpisce duramente la Cultura e la Scienza, relegando ad una dimensione marginale proprio quegli elementi che dovrebbero essere, invece, i nostri punti di forza nel riemergere dalla Crisi: la valorizzazione del patrimonio artistico e culturale, la tutela dell’ambiente e del territorio, la ricerca, l’innovazione energetica e dei prodotti, sono le basi di un economia della conoscenza su cui ricostruire una filiera di investimenti e professionalità in grado di ridare prospettive alle nostre generazioni e al Paese tutto.
L’attuale Governo porta con se una concezione della politica che esalta la verticalità delle decisioni, in nome dell’efficienza e del cambiamento, mentre fonda la propria azione riformatrice su interessi parziali e ben definiti. Tutto ciò è evidente nel percorso che sta portando all’approvazione di importanti provvedimenti, dal Jobs Act, alla legge di stabilità, dalla riforma elettorale a quelle costituzionali; in cui il confronto con le istanze sociali si limita ad un ascolto meramente formale.
Il rischio concreto è di aumentare ulteriormente la distanza tra decisori politici e società, indebolendo la democrazia, delegittimando le parti sociali e svuotandone il ruolo di rappresentanza di interessi collettivi e mediazione dei conflitti sociali.
Esistono, invece, una pluralità di realtà sociali, sindacali, e culturali, che portano avanti esperienze innovative di rappresentanza, creazione di spazi sociali e di discussione, che hanno idee e proposte per il lavoro, l’istruzione, l’economia del nostro Paese.
Nelle prossime settimane attraverseremo l’Italia, per creare spazi di discussione e proposta, aperti a chi crede che si possa determinare un vero cambiamento solo se si ridefinisce il nostro modello di crescita, ripartendo dall’istruzione, ridando dignità e diritti al lavoro e rafforzando il welfare.
Un viaggio attraverso scuole, università, luoghi di lavoro e spazi sociali per incontrare e raccontare una parte di quelle esperienze e costruire, insieme a chi rifiuta l’unilateralità e l’omologazione di questi ultimi mesi di dibattito politico, un percorso ampio di mobilitazione ed elaborazione verso lo Sciopero Generale del 12 Dicembre.

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